Il problema della sterilitá
Il problema della sterilitá
Per ottenere completamente la vista di un quadro brulicante di dettagli nella sua interezza, spesso è necessario fare un passo indietro.
Parto da questo semplice esempio per paragonare allo stesso modo le considerazioni sulla vita che secondo me richiedono un certo arretramento che consenta uno sguardo più chiaro e completo sulle finalità dell’essere umano e sulla nostra libertà morale.
Nella sua galoppata millenaria l’uomo è realmente solo un animale che tende all’infinita riproduzione di se stesso? No non credo.

E può considerarsi uomo completo anche chi prescinda ( volontariamente o involontariamente) dalla sua funzione di procreare? Sicuramente si. Ma non é facile capirlo e meno dirlo da madre.
A giudicare da quanto severamente abitudini, usi, credenze e religioni contestano gli amori senza frutto, mi sembra evidente che la società in cui viviamo, impacciata e confusa , sotto qualunque latitudine si trovi, dirama rigide condanne nei confronti di chi per forza o per scelta non riesca a riprodursi trasmettendo la propria essenza vitale a nuovi individui.
E tutto ció comporta che l’immagine di sè stessi vacilla sotto il peso di frustrazioni e fallimenti con una ripercussione sul proprio modo di stare con gli altri.
Emergono sempre sentimenti complessi e non facili da gestire, a cui spesso si attribuisce un significato negativo. Sentimenti tipo rabbia, vergogna, invidia, senso di fallimento e di colpa.
Perché si costruisce questo calvario?
Perché secondo i preconcetti della nostra società diventare padre o madre costituisce l’esperienza più coinvolgente, profonda e definitiva della vita umana ed é proprio la nascita di un figlio ad istituire ufficialmente la famiglia, é il bambino che dá peso alla progettualità della coppia, che dà vita alla genitorialitá, questa parola che adesso va tanto di moda.
Il bambino viene visto come valorizzazione e gratificazione personale per la stabilità emotiva e la auto-realizzazione dei genitori. Credetemi vengono idealizzate un sacco di cose.
Ma torniamo allo scopo di questo post, la paura dell´ammissione di una non-colpa.
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Va innanzitutto sottolinearto che la sterilità è un antichissimo tabù, che ha attraversato trans-culturalmente tutte le epoche storiche, trovando formulazioni e risposte diverse in tempi e culture differenti accomunate dai risultati che ho espresso nelle prime linee di questo post.
Perché si “ deve temere” di ammettere di non poter avere figli? Non é forse uno strazio aggiunto a quello che già si vive?
Noto che oggi giorno l’urgenza del fare prevale sul pensare e vengono a mancare un tempo e uno spazio per sentire e contenere il dolore, le paure, i conflitti, il che porta poi a tutti quegli stati ansiosi e depressi con i quali conviviamo tutti i giorni.
Non ci pensare, piú ci pensi e piú non arriva.
Ma quante volte ho ascoltato questa frase?Tutte le donne che desiderano un figlio, sia il primo o il secondo, lo sanno perfettamente che la maggior parte delle gravidanze che non arrivano sono da attribuirsi a motivi psicologici.
Lo sapevano anche i Greci, i quali raccomandavano che i genitori ancor prima di concepire dovevano mettersi in uno stato d’animo di ricettività: secondo cui l’ embrione si plasma prima nella loro psiche e poi nel loro corpo.
E allora se la non-colpa di non avere figli é una condizione cosí arcaica, giustificata, ripetuta, perché vergognarsene? questo é quello che mi dá fastidio: essere figli di una societá sterile di pensieri e di emozioni.
Dicono che soma (dal greco soma e significa “corpo” ) e psiche sono indiscindibili e il sintomo che si installa nel corpo lo prova incontrovertibilmente: nonostante la perfetta forma fisica ( e spesso anche trattamenti medici) esistono situazioni di sterilità molto resistenti, anche in assenza di cause organiche, come se al desiderio dichiarato di volere un bambino si opponesse una contro volontà che si rifiuta di assecondarlo.
Tra le numerose parole lette in rete, per alimentare questi stati ansiosi, dare loro una giusta dose di sapere, riporto i dati dell´Harvard Medical School, per la quale metà delle donne che ricorrono alla fecondazione assistita non ne hanno bisogno. Sottoponendo a psicoterapia 174 donne infertili, oltre che depresse da lungo tempo, si è osservato che, passata la depressione, sono rimaste incinte più del 50% di loro.
