Qualche volta, anzi ultimamente spesso, mi sveglio e non mi riaddormento con facilità. Resto al buio a sentirmi respirare sullo sterno, a guardare il soffitto e a fantasticare. Il silenzio però non è mai del tutto silenzio, il buio non è mai del tutto buio.

In questi momenti il pensiero vaga da continente a continente, da amici lontani a quelli vicini, da storie tristi a storie allegre. Il pensiero zigzaga tra i circuiti celebrali senza sosta.

In questi giorni ho parlato con una amica carissima, che viaggia molto, del Cile.

Siamo collegate su di un filo invisibile ma molto resistente, per aggiornamenti continui sulle nostre avventure, così forti eppure così diverse. Il Cile è un paese che abbiamo visitato entrambe e lo stavamo ricordando snocciolando aneddoti soprattutto sulla misteriosa isola di Chiloé, un posto meraviglioso che chi si reca in Cile, quasi mai visita.

È un luogo pieno di leggende, miti, tradizioni e ha una storia molto diversa da quella del continente, attraverso la quale si possono capire meglio la  diversa gastronomia, i diversi mestieri e le idiosincrasie dei suoi abitanti.

Nonostante la sua vicinanza al continente, l’arcipelago di Chiloé è un caso a parte nel mosaico culturale cileno. Gli avatar della storia e un terreno complicato uniti ad  un clima piovoso che non risparmia inondazioni, lo mantennero praticamente isolato fino alla metà del 19 ° secolo.

Ciò ha favorito alcune marcate caratteristiche di insularità e la sopravvivenza di abitudini o tradizioni uniche o, almeno, di uno stile di vita estinto.

Ricordo dell´’isola di Chiloè  questo suo manto misterioso e il fatto che  si avverte immediatamente di entrare in una dimensione di  altri tempi. Vuoi per la povertà, per le barche colorate dei pescatori che sembrano invitarti ad entrare in  quadri ottocenteschi, per le case rivestite di lamiera o per le caratteristiche chiese di legno. Completamente in legno. Sono state dichiarate Patrimonio dell´Umanitá le Chiese di Detif, Ichuac, Nercón, Quinchao, Rilán, San Juan, Tenaún, Vilupulli, Achao, Aldachildo, San Francisco de Castro, Chonchi, Colo y Dalcahue.

 

La chiesa di San Francesco si trova a  Castro, nell´omonima piazza e fu costruita dall´architetto italiano Eduardo Provasoli all´inizio del secolo scorso. Ha un superfice di 1400 mq e l´ampiezza della navata principale é di 52 mt. Fu dichiarata patrimonio dell´Umanità nel 1979. All´interno la chiesa si distingue per i lavori di finissima ebanisteria, ma all´esterno mi lasció  perplessa il totale rivestimento in lamiera, tra l´altro pittata. Come del resto lo sono moltissime case dell´isola.

 

 

 

Inoltre, l’isola di Chiloè merita di essere visitata per il suo lato selvaggio e naturale, il fantastico paesaggio costituito dalle palafitte colorate e soprattutto la sua cucina, caratterizzata dal Curanto.

Uno degli aspetti più gratificanti del viaggio è la scoperta della cucina locale, a volte basata su pratiche ancestrali. Il curanto al hoyo è il piatto più emblematico della cucina tradizionale dell’arcipelago cileno di Chiloé. È, insieme alla preziosa ‘loco’, la più grande attrazione gastronomica di molti ristoranti della zona, anche negli stabilimenti del continente. La sua preparazione più genuina è un evento sociale, attraente per i turisti esattamente come le chiese di legno.

 

 

 

Il Curanto Si prepara con  frutti di mare e carni di vario tipo da cucinare sulle braci e  si accompagna con un preparato di patate, come una specie di grande gnocco. Le porzioni sono enormi perché é costume della gente di Chiloe’ accogliere gli ospiti con una generosità.

C’è un’altra variante più semplice di preparazione, chiamata curanto a la olla. Di solito è quello che serve nei ristoranti; il brodo risultante dalla cottura è posto accanto al corso principale di pesce, carne e verdure.

la visita sull´isola di Chiloé rimarré sempre ben impressa nei miei ricordi  anche per una cena a base di Curanto con il mio amato dove a fine cena non sapevo neanche camminare bene.

Ma soprattutto ricorderò di aver provato sull´isola di Chiloé la sensazione di essere catapultata nel passato, non so nemmeno io quale di preciso, ma di sicuro uno lontano dal mio presente.